
Prove INVALSI all'orizzonte: il tema della valutazione già caldo, ribolle
Si profilano all'orizzonte le prove INVALSI per la rilevazione nazionale degli apprendimenti. Questo fa ulteriormente ribollire il tema già caldo della valutazione.


Come è noto la FLC CGIL considera la valutazione un processo necessario e doveroso che dovrebbe caratterizzarsi per
- essere funzionale al miglioramento complessivo dell’offerta formativa fino al suo declinarsi nei processi di apprendimento/insegnamento,
- stimolare gli interventi innovativi necessari a realizzare le finalità della scuola (inclusione, pari opportunità, diritto all’istruzione)
- essere partecipato e condiviso attraverso il coinvolgimento di molti soggetti: dai decisori politici ai dirigenti, ai docenti, al personale ATA.
Partendo da questo punto di vista, gli interventi del MIUR in materia di valutazione (dal regolamento al progetto sperimentale) risultano profondamente sbagliati. Di certo non rispondono ai bisogni educativi e formativi degli alunni; svalorizzano l’operato delle scuole; avviliscono la professionalità di coloro che a scuola lavorano.
Le prove INVALSI per rilevazione nazionale degli apprendimenti vengono a cadere in questo contesto. Il clima non è dei migliori. Certo non induce quella pacata attenzione che sarebbe consona ai processi valutativi e favorirebbe la loro efficacia.
Il primo elemento che affermiamo con determinazione, ancora una volta, riguarda l’utilizzo degli esiti delle prove che in nessun modo dovrà essere funzionale agli obiettivi del progetto sperimentale sulla valutazione, ovvero alla cosiddetta premialità dei docenti o a classifiche di scuola.
Altro elemento: l’enfasi, fuori luogo, sulla obbligatorietà delle prove.
Fuori luogo per molte ragioni:
- tutti sanno che se si vuole valutare per migliorare sono fondamentali la condivisione e il coinvolgimento attivo degli operatori;
- le scuole italiane già stavano volontariamente aderendo alla rilevazione nazionale degli apprendimenti in modo diffuso e quantità assai rilevante. Bastava accompagnare e implementare quella tendenza. Invece si è voluto “pigiare” sulla obbligatorietà, cosa che è stata percepita come l’espressione di un’idea impiegatizia, esecutiva e subalterna delle professionalità di scuola. Ciò ha suscitato irritazione e frustrazione soprattutto da parte di collegi che hanno molto ricercato, sperimentato, ragionato sulla valutazione. Se vi fossero collegi dei docenti che, motivando tale scelta rifiutassero le prove INVALSI e usassero altre modalità di assolvimento dell'obbligo della valutazione, la FLC continuerà a considerare tale opzione come un modo di esercitare l' autonomia scolastica.
- d’altro canto, quell’idea, esecutiva e impiegatizia dei docenti, incombe. Non si dimentichi che recentemente si è cercato perfino di limitarne la libertà di espressione. In questa situazione anche la restituzione della elaborazione dei risultati delle prove alle scuole, che potrebbe (e dovrebbe!) attivare percorsi di valutazione, autovalutazione, miglioramento dei processi di insegnamento apprendimento e dell’offerta formativa, rischia di risolversi invece in una torsione verso il teaching for test; inoltre, nel primo ciclo, data la compresenza delle indicazioni nazionali e delle indicazioni per il curricolo che sono due documenti molti diversi e per molti aspetti inconciliabili fra loro, le prove INVALSI stanno, nei fatti, diventando il riferimento per la definizione degli obiettivi didattici, assumendo così una funzione e un valore quantomeno impropri.
La nota MIUR del 30 dicembre 2010 (Prot. n. 3813) ribadisce l’obbligatorietà delle prove e rischia di uscire dal seminato quando prescrive che “è essenziale la collaborazione degli insegnanti in tutte le diverse fasi della procedura secondo le modalità che saranno successivamente comunicate dall’INVALSI”. L’obbligatorietà della rilevazione tramite le prove, non coincide automaticamente con l’obbligo dei docenti a somministrarle né a correggerle, a tabulare i dati, a predisporne l’invio. I carichi di lavoro connessi a tali operazioni sia per i docenti che per le segreterie sono rilevanti e non possono configurarsi come “attività ordinaria”.
Ancora una volta il MIUR cerca di fare le nozze coi fichi secchi. Si sarebbero dovute almeno prevedere risorse aggiuntive adeguate o fare effettuare la rilevazione a somministratori esterni. Nulla di tutto ciò è accaduto. L’unica risorsa disponibile è il fondo di istituto, una coperta sempre più corta con cui si tenta di far fronte alle varie emergenze determinate dalle politiche sconsiderate di questo ministro.
Infine, vogliamo riportare fin d’ora l’attenzione sulla prova nazionale dell’esame di Stato al termine del primo ciclo, introdotta per la prima volta lo scorso anno scolastico che si è rivelata essere troppo pesante e ha suscitato molte proteste da parte di scuole e genitori.
Infatti, l'attuazione contestuale ed incrociata del Regolamento sulla valutazione, della Circolare Ministeriale 49/10 ha accresciuto a dismisura il peso dell'esame rispetto al percorso scolastico.
Alla fine le vittime della furia restauratrice e pedagogicamente sbagliata del Ministro sono stati gli studenti più deboli (in particolare quelli con cittadinanza non italiana) e quelli con eccellenti voti di ammissione.
Si porrà rimedio a tale stortura? Volendo, il MIUR è ancora in tempo.
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