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Unità-La politica non è uno show

La politica non è uno show di Gianfranco Pasquino In un paese dove è complessivamente scarso il senso civico e dove è, invece, grande la propensione all'antipolitica può accadere che un impres...

27/10/2005
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l'Unità

La politica non è uno show
di Gianfranco Pasquino

In un paese dove è complessivamente scarso il senso civico e dove è, invece, grande la propensione all'antipolitica può accadere che un impresario televisivo diventi capo del governo e che, di converso, un cantante rock assurga a coscienza critica. Non vanno bene né l'uno né l'altro esito. Per quanto il cantante rock abbia buon gioco e molto spazio anche per dire, in maniera più o meno accattivante, delle facili verità, ma spesso restando lui stesso sul terreno già frequentato dell'antipolitica, il dibattito politico, che non è né rock né lento, abbisogna di altri protagonisti e di altre "letture". Il rischio grosso, che la sinistra ha spesso corso, più o meno consapevolmente, in questi lunghi anni di una transizione tormentata, consiste nell'affidare parte delle proprie fortune politiche a operatori dello spettacolo. Adesso, Santoro, certamente non l'unico giornalista insoddisfatto della politica, ha abbandonato il Parlamento europeo.

Ma è di poche settimane fa il tentativo del centro-sinistra di reclutare un presentatore quasi settantenne, Pippo Baudo, per tentare di strappare la regione Sicilia al centro-destra.

Immagino che, secondo modalità molto simili, Santoro e Baudo dovessero servire agli occhi dei dirigenti del centro-sinistra per operazioni congiunturali mirate: portare molti voti, vincere una carica monocratica.

Per l'appunto, però, si tratta di operazioni congiunturali legate alle persone che possono certamente anche vincere, ma che, poi, non rappresentano in maniera adeguata oppure governano, inevitabilmente, senza la necessaria competenza.

Per di più, è sicuro che non contribuiscono in nessun modo, e neppure si potrebbe chiederlo loro, a fare cambiare l'idea di politica che molti italiani continuano ad intrattenere.

Se la politica può essere fatta da uomini (e donne) di spettacolo, per di più corteggiati, reclutati, selezionati, promossi casualmente dai politici di professione, allora questo è certamente il riconoscimento che non esiste differenza apprezzabile fra, da un lato, chi fa il giornalista, la presentatrice, il cantante rock e, dall'altro, un politico di professione.

Allora, è giusto pensare e sostenere che anche un impresario televisivo ha tutti i titoli in regola per diventare il capo del governo.

Anzi, la sua incursione in politica viene legittimata a posteriori proprio dai comportamenti concreti dei dirigenti del centro-sinistra. Poco importa che altrove, vale a dire in nessuna democrazia occidentale, non esista fra spettacolo e politica una osmosi tanto estesa e tanto sregolata come nel contesto italiano. È vero che il teatrino della politica lo hanno inventato i politici, ma non è il caso di osannare gli uomini di spettacolo/teatro quando si esibiscono con toni e accenti che, in definitiva, sono di disprezzo della politica. Nella congiuntura è naturale che qualcuno, a sinistra, possa rallegrarsi e applaudire. Se lo spettacolo è buono risulta doveroso riconoscerlo; se è divertente appare giusto ridere; se è graffiante diventa corretto applaudire.

È, invece, sicuramente sbagliato pensare che uno spettacolo, più o meno rock, possa redimere una politica, più o meno lenta. Se vogliamo cambiare la politica e ridurre il tasso di antipolitica degli italiani, facendo crescere il loro interesse per la politica, le loro conoscenze politiche e il loro senso civico, allora dovremmo sapere che questo è un compito pedagogico che possono svolgere quasi esclusivamente i politici con i loro comportamenti e con il loro stile.

L'uomo di spettacolo incide per il tempo che dura il suo show, ma non può trasformare né la cultura né la struttura politica. Finché dura la transizione lo show può continuare ("must go on", nella famosa frase), ma se vogliamo che la transizione giunga ad un compimento positivo per quel che riguarda sia le istituzioni che i partiti, allora i politici debbono prendere nelle loro mani la ricostruzione di un'idea di politica che non è spettacolo congiunturale, ma trasformazione strutturale e progettazione.

In un quadro politico nel quale partiti e dirigenti, magari con l'aiuto possente dei cittadini che vogliono partecipare e grazie, per esempio, alle primarie, riescono a segnalare in maniera incisiva le loro preferenze, ci sarà posto anche per l'impresario televisivo, ma non al governo, e per il cantante, ma non come ideologo (nazional-popolare?). Cosicché, oltre ad applaudire, moderatamente, Celentano, è forse il caso di ricominciare la costruzione di una politica dignitosa con una visione di lungo termine.

Il rock si esaurisce in tre minuti. La politica è un'opera di lunga lena che porta lontano: in maniera lenta e sana.


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