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Repubblica: Epifani: brutti segnali dalle fabbriche altro che gabbie, salari bassi ovunque. "Autunno durissimo, via a patti locali contro il caro-casa"

Chiusure in vista. Contrattazione sociale. No a salari diversi per lo stesso mestiere

06/08/2009
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la Repubblica

Luisa Grion

La produzione frena la discesa ma i senza lavoro rischiano di aumentare: molte aziende potrebbero non riaprire a settembre
Nel Sud prezzi ma anche retribuzioni inferiori. Cgil contraria a differenziare i salari per chi fa lo stesso mestiere. I Comuni sostengano chi spende troppo per l´abitazione
Imprese, sindacati ed enti locali dovrebbero accordarsi per trovare soluzioni al maggior costo abitativo in alcune aree del Paese

ROMA - E´ vero: il costo della vita al Sud è più basso rispetto che al Nord. Ma pensare che le diseguaglianze si risolvano tagliando le buste paga di chi vive nelle regioni meridionali è pura demagogia. Per Guglielmo Epifani, leader della Cgil, l´impostazione va rovesciata: il vero problema - assicura - è che in Italia i salari sono bassi dappertutto. E le differenze di stipendio - o gabbie salariali - ci sono già: fra Nord e Sud, ma non solo. Aumentare i divari sarebbe un fatto «inaccettabile» che renderebbe ancora più dura la capacità di tenuta delle famiglie davanti alla crisi, di cui il sindacato non vede affatto la fine.

Cosa si aspetta la Cgil dalla riapertura delle fabbriche a settembre? Il peggio non è passato?
«Purtroppo temiamo che in autunno possa realizzarsi un pericoloso paradosso dovuto all´eccezionale durata della fase critica, che ormai va avanti da un anno. Forse la produzione interromperà la discesa, ma la disoccupazione rischia di aumentare. I segnali che anche in agosto arrivano dalle fabbriche non sono buoni: le imprese, consumati i periodi di cassa integrazione, ora possono chiudere e mettere i dipendenti fuori dall´azienda. Sono d´accordo con la Marcegaglia: ci saranno altri mesi duri».

Abi e piccole imprese hanno appena siglato un accordo sul credito, avrà effetti sulla capacità di resistenza delle imprese?
«Me lo auguro, ma l´applicazione dell´accordo non è obbligatoria, si basa su adesioni volontarie. La moral suasion può non essere sufficiente».

Parliamo di Sud e dei dati della Banca d´Italia: vivere nel Meridione costa il 17 per cento in meno. La Cgil è contraria a recuperare questo divario sugli stipendi?
«La Cgil è contraria alle differenze salariali per chi fa lo stesso lavoro con la stessa professionalità. Le paghe sono già più basse al Sud rispetto al Nord del 15-20 per cento. Come sono inferiori quelle dei giovani rispetto ai meno giovani, delle donne rispetto agli uomini e dei lavoratori migranti rispetto agli italiani. Differenze che per me vanno superate, non ampliate. Né si può accettare che ci sia una compensazione automatica fra salari bassi al Sud e prezzi alti al Nord, troppo facile risolvere la questione così».

Ma visto che il differenziale di prezzi c´è e che per un metalmeccanico di Varese la vita è più cara rispetto a quella di un collega siciliano, cosa pensa si possa fare?
«Non si può semplificare il tutto parlando di Meridione e Settentrione. A Palermo ci sono voci di spesa alimentare alte quanto a Trieste. Nel Sud i servizi sono di qualità inferiore e le famiglie, quando devono curare i cari, si trasferiscono al Nord spendendo un sacco di soldi. La differenza di costo c´è, ma si concentra in realtà su una sola voce: la casa. E´ li che dobbiamo agire».

Come?
«Sviluppando accanto alla contrattazione nazionale e a quella di secondo livello basata sulla produttività un terzo canale: la contrattazione territoriale sociale. Imprese, sindacato ed enti locali dovrebbero accordarsi per trovare delle soluzioni al maggior costo abitativo. Un po´ come oggi già si fa sulle tariffe. Il meccanismo permetterebbe di non toccare i salari, ma di offrire compensazioni attraverso politiche vantaggiose per le case e i servizi. Una sorta di salario sociale da aggiungere a quello aziendale e nazionale».

Con quali risorse regioni, province e comuni dovrebbero quindi sostenere il costo di tale iniziativa?
«Forme di contrattazione sociale già esistono, ma vanno rafforzate. Per questo bisogna rivedere il patto di stabilità interno».

Quindi la Cgil non vuole che la soluzione passi attraverso le buste paga. Come mai allora fu proprio il suo sindacato a siglare nel dopoguerra l´accordo sulle gabbie salariali con la Confindustria. Perché allora sì e ora no?
«Il contesto era completamente diverso. Le differenze allora furono accettate perché le varie zone dell´Italia erano state liberate in tempi diversi e bisognava trovare un meccanismo che permettesse un riequilibrio. Un po´ come è successo fra Germania dell´Est e dell´Ovest al momento della riunificazione. Ma il fine ultimo non è differenziale, è parificare. Per questo ora tornare alle gabbie salariali vorrebbe dire fare un passo indietro. Calderoli invece di lanciare messaggi del genere farebbe bene ad occuparsi di fabbriche del Nord sull´orlo dello smantellamento, come l´Innse».


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